La mia notte a Cip. E il giorno dopo pure

No, che avete capito, il fatto che abbia fatto passare un po’ di giorni non vuol dire mica che ho rinunciato a raccontare la mia notte a Cip, che poi c’è chi la chiama ancora Caselle in Pittari, ma solo se non ha letto il libro, che poi una volta che lo vedi che è finita in quelle pagine lì lo capisci da te che il suo vero nome è Cip.
Che lo sappiate oppure no “a Cip da sempre c’è una collina e dal tempo dei saraceni una torre che la gente del luogo, con esagerata generosità, chiama castello. Intorno al castello si sviluppa il centro storico, collegato alla parte nuova del paese da un viale alberato dove si trovano il comune, i bar, i negozi e la chiesa, insomma il cuore pulsante di Cip, non a caso gli abitanti lo chiamano la piazza, non il viale.
Insomma se vivi a Cip e hai tra i diciotto e i trenta anni non hai scampo, la tua vita pubblica ti tocca viverla senza eccezione alcuna tra la piazza e i bar. A meno che tu non decida di diventare un inventore di senso”.
Inventori di senso come Giuseppe, Antonio, Rocco, Nino, Margherita, Rossella, Stella, che cercano di vivere,  come dice Giuseppe “con un piede nel Cilento, con l’altro nel mondo e con la testa in rete” e in questo modo provano “a disegnarsi un futuro dove non sono costretti a fuggire dalla propria terra.
Dovevate vederlo Nino mentre lo spiegava a giovani, meno giovani e a vecchietti come noi, seduti in cerchio intorno a un fuoco, di quanto sia stato duro, e bello, in quegli anni, pensare, organizzare, lavorare affinché da un seme di grano nascessero, come accade in natura, tante spighe e da queste altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e così via, fino a quando se ne avrà fiato e forza.
Sono nate da qui l’attività di alfabetizzazione rurale per i ragazzi che non hanno dimestichezza con la terra, la gara di mietitura a mano del grano, il recupero di alcune varietà autoctone di grano con le quali a Cip i panettieri, i pizzaioli e i pastaioli hanno cominciato a fare il pane, le pizze e la pasta, senza dimenticare la biblioteca a cielo aperto, e il tentativo di guardare le cose che accadono con gli occhi di domani.”
E’ così che Cip mi è entrata nel cuore, è per questo che la mattina del due maggio, quella della partenza, quando ho incontrato Giuseppe gli ho detto “ma come è possibile?, sto tornando a casa e invece mi sento come se la stessi lasciando”. Cosa ha fatto lui? Mi ha sorriso. E mi ha sussurrato: “è una bella cosa”.

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Alla stazione di Policastro arrivo intorno alle 6 p.m. del 29, ci trovo Antonio, che senza di lui e il suo “muro”, ma sì, la pagina sulla quale la notte del 30 abbiamo raccolto tutte ma quasi tutte le immagini, i video e i post che arrivavano da ogni parte d’Italia non so proprio come avremmo fatto. Mentre mi porta su cominciamo a parlare delle cose da fare, delle persone che avrebbero ci dovranno aiutare, della necessità di non sbagliare, che come diceva il grande Totò “è la somma che fa il totale”, e dopo quasi un anno di lavoro sarebbe davvero il colmo fare la fine di Dorando Pietri.

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Giunti a Cip, che da lì “che se vai giù in dieci minuti sei nel golfo di Policastro e se vai su in dieci minuti sei sul Cervati, il monte più alto della Campania”, ci mettiamo al lavoro. Come i monaci al convento una/o alla volta arrivano Rossella, Benedetta, Giuseppe, Antonio Pellegrino, Lorenzo Davide Pellegrino, che lui è un caso a parte, perché ha quasi 12 anni, e il pomeriggio quando può arriva in questo covo di artigiani tecnologici sognatori che è InOutLab e si mette a fare le cose sue, a capire come migliorare un programma, come rendere più veloce il suo pc, come pensare qualche applicazione per  la stampante 3D.
Prima di andare a dormire mi ricordo delle scarpe, perché si, devo comprare le scarpe, perché se avete letto il libro lo sapete altrimenti no, a Cip “se vuoi lavorare hai due possibilità: la terra, e allora dovrai saperci fare con le olive e l’olio, l’uva e il vino, o la bottega, e a quel punto ti tocca fare l’artigiano, di norma calzaturiero, anche se non mancano altre attività. L’unica realtà che con un attacco di fantasia puoi definire industriale è il calzaturificio nel quale lavorano poco più di 40 operai e che è l’unico sopravvissuto dei venti e più minuscoli tomaifici che fino alla fine degli anni 90 lavoravano in conto terzi”.
Di solito nella realtà non funziona come nei libri, ma qualche volta si, e lo potete vedere nelle facce e negli occhi di Patrizio e Luciano Fiscina, che ve lo dico subito che sono amici miei, perché naturalmente da queste parti niente cose finte, tanto meno nascoste.
[youtube=”http://youtu.be/Cm1qQAicGso”]
La sera è finita come doveva finire, da Mario, ristorante Zì Filomena, che ogni volta che sto a Cip non posso fare a meno di andarci, perché è uno di quei posti dove tutto è di qualità, prima le persone, e poi quello che mangi e bevi.
Ma ritorniamo alle scarpe, che quest’anno non ho fatto in tempo a trovarle in saldi e quelle che avevo al piede un po’ invocavano pietà, e così ho detto a Giuseppe che l’indomani avrei fatto volentieri un salto al calzaturificio, Confort Shoes di nome e di fatto, anche se poi il brand è Patrizio Dolci.
Il giorno dopo, 30 Aprile 2014, alle 6.30 sono al bar quello con la wireless. Prendo caffè e cornetto, apro il Mac e comincio a darmi da fare, alle 8.00 risalgo in albergo e alle 8.30 sono al mio posto di combattimento. Alle 10.30 cominciano ad arrivare i rinforzi, la notte sarà lunga ed è meglio evitare stress anticipati, alle 11.30 con Giuseppe parto per il calzaturificio.
Cinque minuti e siamo lì, saluto Patrizio, Luciano e Margherita, che nonostante la giovanissima età, 25 anni o giù di lì, ha già il piglio della leader. Per farla breve (accorcia anguilla, mi avrebbe intimato mio padre), le scarpe invernali come le voglio io, n. 46, non ci sono. Guardo rassegnato le mie e penso che quest’anno è destino, le scarpe non le devo comprare. E invece no. Perché Margherita dice che me le può far fare. Provo a dire di no, il giorno dopo è il Primo Maggio e, come è giusto che sia, non si lavora, e  il 2 forse parto presto. Margherita insiste. Scegliamo il colore, quello del cappello, le dico che visto che me le fanno su misura 46 e un poco è meglio, che altrimenti vanno risicate, e torniamo via.
In auto confesso a Giuseppe la speranza di averle per la sera, dice che non ce la fanno, ma io spero, a me gli occhi di Margherita hanno detto qualcosa. Ho avuto ragione due volte. La prima perché la sera Margherita mi ha portato le scarpe. La seconda perché era destino che non le comprassi. Me le hanno regalate. Nonostante la mia sincera insistenza. Anche questo è necessario dirlo, per due ragioni. La prima è perché considero la cura e l’attenzione, nella cerchia dell’amicizia quella vera, una delle cose più belle e grandi che esiste al mondo, e di questo sono profondamente grato a Patrizio, Luciano e Margherita. La seconda è perché non voglio ombre sul fatto che sono troppo belle e troppo comode, anche per piedi sgangherati come i miei, non ci dormo perché non va bene, ma adesso che viene il caldo e me le devo togliere lo so già che mi dispiacerà.

scarpeNon vi ho detto ancora che a Cip per la notte del lavoro narrato si è inaugurata la bellissima mostra curata da Giulia Ubaldi Cossutta dal titolo L’Ape Operaia, una narrazione del lavoro attraverso una serie di fotografie sui mestieri cilentani che riprende uno splendido lavoro di Giulia che speriamo trovi presto l’editore giusto per essere letto e condiviso in ogni parte d’Italia. Con Antonio ci siamo stati la sera prima, appena arrivati a Cip. Nonostante la comprensibile insistenza di Giulia, la sera del 30 nessuna/o si muove dal suo posto di combattimento perché altrimenti me la/o mangio viva/o.

giulia

A proposito di mangiare, Giuseppe, che cento ne pensa e cento ne fa, a un certo punto coinvolge nella notte Michele Croccia, titolare de La Pietra Azzurra, che arriva con la pizza che non solo è troppo bella con la scritta #lavoronarrato ma è anche troppo buona, che se non mi credete chiedete a mia cugina Nunzia che qualche giorno dopo mi manda questo sms: “condividiamo la scelta della pizzeria La Pietra Azzurra, si mangia la vera pizzeria tradizionale napoletana. Decidi quando vuoi venirci a trovare che ci andiamo assieme”. Miracoli dei social network.

pizza

Sempre made in Giuseppe la trasposizione dell’hashtag #lavoronarrato disegnato da Giuseppe Fiscina, l’inviato a Roma di InOutLab, in stampa 3d con annesso video con miei ringraziamenti al popolo della notte che non ve lo aggiungo qui che altrimenti veramente non la finiamo più.#lavoronarrato3d

rivelloA proposito dello sproposito, non vi detto ancora che verso le 6 p.m. del 30 Aprile è arrivata la mia Cinzia, che davvero la mia vita è migliorata di colpo, che quando c’è lei non solo sto più contento, che quello in fondo è normale, ma sono anche più sicuro di farcela, perché è una donna che ha una straordinaria capacità di risolvere problemi, piccoli e grandi, e questo aiuta, altro che se aiuta.
Invece a proposito di stare contenti, un’altra bella botta nella giusta direzione è venuta dall’arrivo di Noemi Piscitelli, che lei è dai tempi di Camp di Grano che non la incontravo, e di Web Paul Beetles, chitarra e mandolino incluso, che se non era per lui Cara Moglie non l’avremmo mai potuta cantare così bene che poi da Radio Unis@und ci hanno chiesto anche il bis e un poco mi sono vergognato.
[youtube=”http://youtu.be/tohzBxZ9yOI”]
Insomma, che così cerco di farla finita che sto scrivendo un romanzo, la serata è stata faticata ma anche bella, bella, bella, perché poi io sembro burbero, ma poi invece li tratto bene, altrimenti non sarebbero mai così sorridenti come nella foto.
cip301Chiudo, o quasi, con  la bella cartina riassuntiva dei diversi eventi disegnata da Rocco Benevento, che lui è stato l’ultimo a finire e poi a pranzo aveva portato le polpette che io ci vado pazzo e poi il salame e il capocollo di Giuseppe e insomma anche questo non ve l’ho detto, ma eravamo in 3 e abbiamo mangiato per 7, che è sempre meglio adottare l’approccio cammello quando non sai come te la caverai la sera.

rocco

Il giorno dopo, Primo Maggio, ha piovuto quasi sempre, io stavo suonato peggio di Nino Benvenuti dopo il primo incontro con Emile Griffith eppure con Cinzia e siamo stati felici, sarà stato perché abbiamo conosciuto la famiglia di Giuseppe e abbiamo pranzato con loro, sarà perché abbiamo preso il caffè a casa dei nostri amici Patrizio e Luciano, sarà perché ci siamo visti assieme il concertone del Primo Maggio, sarà che pure Cinzia si sta innamorando di Cip, sarà quel che sarà ma noi non so se ce la facciamo ad aspettare fino al Camp di Grano per ritornarci.
Giuseppe avvisato, mezzo salvato.

vincenzo moretti

Sociologo e Narratore. Sono nato nel 1955 da Pasquale, muratore e operaio elettrico, e Fiorentina, bracciante agricola e casalinga. Desidero quello che ho e continuo ad avere voglia di cambiare il mondo.

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Una risposta

  1. 13 Settembre 2014

    […] volentieri un paio di scarpe, ma tanto per cambiare l’ultima volta me le hanno regalate, come potete leggere qui, e dato che non mi ricordo se ho fatto il patto preferisco desistere. Finito il giro nei reparti […]

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