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Che vita da teatro

Simona Balzamo, Emanuele D'Errico, tetaro, attore, lavoro e giovani, OneCoffeeTalk, teatro

Il teatro: un mondo a metà tra il mitologico e il favolesco; tra il lusso e la necessità; tra raccontare e ascoltare.

Se non sei avvezzo al mondo del teatro e stai immagginando vecchi seduti in poltrona che sonnecchiano, caro lettore, anche per questo caffè devo distruggere una falsa immagine e presentarti un giovane artista.

L’incontro con Emanuele è tra il casuale e il programmato. La prima perchè un po’ tutti gli incontri della vita sono casuali, la seconda perchè mi fu proposto fra i primi intervistati e sentito il suo percorso pensai che sarebbe stato interessante conoscerne uno così poco convenzionale. Dopo la video intervista sono sicura che in molti, come a me, si sia destata la curiosità di conoscere di più su di lui e il suo percorso, così gli ho posto qualche altra domanda e ora pongo a te che leggi una sfida.

Ma prima, siediti con noi per questa incredibile pausa caffè.

Come si entra nel mondo dello spettacolo? Come si viene a sapere dei provini? Si ha bisogno di un agente?

Non esiste un modo di entrare a farne parte. Prima di tutto bisogna desiderarlo fortemente e intestardirsi. Io ho iniziato con dei laboratori e poi sono entrato nella Scuola del Teatro Stabile di Napoli. Provocatoriamente mi verrebbe da dire che per entrare nel mondo dello spettacolo oggi basterebbe aggiungere su Facebook tutti quelli del settore, frequentare i teatri e dirsi appartenente al mondo dello spettacolo (c’è chi fa così). L’agenzia serve soprattutto se si ambisce a fare cinema, nel teatro non serve. Ma anche quello delle agenzie è tutto un mondo da conoscere ed esplorare.

I provini nel teatro non sono come nel cinema. Quasi sempre ti chiamano personalmente perché ti conoscono, qualche volta (raramente) vengono anche indetti dei bandi per i provini da parte delle produzioni. Il teatro è un mondo fatto di relazioni e conoscenze, non in un’accezione negativa, nel senso che ci si conquista la fiducia un passo alla volta.

Cosa ne pensi dei social come vetrina per accedere a questo mondo?

Sono molto combattuto su questo argomento. Non credo che il social sia un mezzo per accedere al mondo dello spettacolo e spero non lo sia mai. Penso siano un mezzo molto potente e che in certi casi porti grandi vantaggi, sopratutto quando viene utilizzato in modo intelligente. Di certo, oggi come oggi, il social è una sorta di curriculum. Credo fortemente nelle relazioni vere, carne ed ossa. Non penso che una chiacchiera dal vivo possa mai essere sostituita da un social. Comunque sia, di certo, non deve essere il mezzo principale. Il teatro fortunatamente resta uno dei pochi esempi di esperienza del contatto umano e dobbiamo cercare di preservarlo.

In cosa consiste lo studio, quali discipline hai studiato durante la tua formazione di attore?

Essere attore è come essere un atleta. Bisogna tenersi sempre in allenamento e cercare continuamente di superare i propri limiti e migliorarsi. Io nel mio percorso di studi in accademia ho studiato recitazione attraverso diversi metodi e scuole di pensiero, dizione, recitazione in versi, canto e solfeggio, danza contemporanea, scherma, mimo, storia del teatro, storia della critica, storia della scenografia, basi di linguistica napoletana, estetica teatrale e altre discipline.

La tua vita differisce in qualcosa rispetto ai tuoi amici che non fanno parte del mondo del teatro?

La mia vita è molto diversa dagli amici che non fanno teatro. Vengo molte volte visto come un alieno, o più probabilmente sono io che mi sento così. Naturalmente il teatro ha sconvolto la mia vita e mi ha anche allontanato da alcuni rapporti. Il teatro ti rapisce ed è geloso, possessivo. Non si lascia condividere facilmente da qualcun altro. Però forse grazie a questo mi sono rimaste le persone indispensabili, le amicizie indistruttibili. Devo dire che alcune relazioni extra-teatrali sono importantissime soprattutto perché mi permettono ogni tanto (molto raramente) di staccare per un pò completamente e tornare alla normalità.

Quali sono le competenze che hai acquisito durante il tuo percorso e che si sono rivelate utili anche nel quotidiano?

Il teatro analizza costantemente la vita e il quotidiano per cercare di rielaborarlo e trasformarlo in arte. Il teatro mi ha cambiato il modo di vedere le cose, mi ha modificato il respiro, il modo di appoggiare il peso mentre cammino, mi ha insegnato ad empatizzare quando voglio e a non farlo quando non voglio. Mi ha insegnato a capire l’altro, a intuire con immediatezza che tipo di persona mi trovo davanti, mi ha insegnato quando è il momento di scherzare e quando no, mi ha insegnato ad urlare, mi ha fatto assaporare la libertà. Mi ha dato gli elementi fondamentali per vivere. Il teatro è responsabile di chi sono oggi, nel bene e nel male. Il teatro mi ha seriamente salvato la vita, senza di lui non avrei mai scoperto un problema che nel tempo avrebbe rischiato di diventare molto serio, più serio.

Come ti cambia emotivamente essere attore? Cercare di entrare a fondo nella psicologia di un personaggio per poterlo interpretare sortisce qualche effetto sulla tua emotività?

Il percorso di attore ha cambiato profondamente il mio rapporto con l’emotività. Devo ringraziare il teatro che è riuscito a rimettermi in connessione con le mie emozioni. Quando ho iniziato ero un muro di cemento, tutto nervi, cassavo le emozioni e neanche lo sapevo. Il teatro mi ha sbloccato e spero non smetta mai di farlo, ho ancora tanto lavoro davanti. Certe volte questo contatto così profondo può essere anche pericoloso, bisogna imparare, a surfare e a trovare l’equilibrio. Un attore non può essere totalmente tecnico ma neanche totalmente emotivo senza controllo. La risposta è sempre nell’equilibrio e per quell’equilibrio un attore studia tutta una vita.

Metti qualcosa di tuo nei personaggi che interpreti?

Sarebbe impossibile non farlo. Il lavoro sul personaggio è un continuo, anche in questo caso, serfare in equilibrio tra quello che sono io e la storia che interpreto. Ci sarà qualcosa che quella storia mi donerà e qualcosa che io donerò a quella storia. Il trucco sta proprio nel cercare di non superare quell’equilibrio né in una direzione, né nell’altra.

Il personaggio più difficile che hai interpretato, il più bello e quello che invece ti è piaciuto meno?

Il più difficile è stato Peppeniello di Miseria e Nobiltà, ero in accademia, sembrerà assurdo ma è così. É stato il più difficile perché è stata la mia prima vera esperienza da professionista con una compagnia di grandi attori e quello scugnizzo è riuscito a mettermi veramente in crisi. Era la regia del grandissimo Arturo Cirillo, il quale mi ha insegnato tanto e che mi ha dato gli strumenti per “cavalcare l’onda”. Il personaggio che ho amato di più e che più mi ha divertito interpretare è stato Carter, di Fat Pig di Neil LaBute, con la regia di Alfonso Postiglione. Un testo contemporaneo. Il personaggio è uno stronzo, un giullare da ufficio. Devo dire che devo tanto ad Alfonso che mi ha permesso di giocare tanto e mi ha lasciato tanto spazio. La compagnia era una fortissima, ci vogliamo tanto bene. Avrei tanta voglia di rimetterlo in scena.

Non ce n’è uno che mi è piaciuto di meno. Tutti mi hanno sempre dato qualcosa, da tutti ho imparato tanto. Poi la mia carriera è ancora breve, magari ne incontrerò qualcuno antipatico sul cammino, chissà.

Qual è la meta alla quale stai puntando? Quella che ti farebbe dire “sono arrivato dove volevo”

Non credo esista una meta. Forse ne esistono tante, infinite. Ogni meta raggiunta si tramuta in punto di partenza, è così che mi piace vederla. Questo tal volta è deleterio perché non sempre mi permette di godermi tutte le soddisfazioni con la serenità che meritano. Sono fortunato e forse coraggioso perché alla mia età ho già raggiunto una serie di obiettivi importanti e ho realizzato già molti sogni che fino a qualche anno fa sembravano lontani. Ma forse è questo il percorso artistico: una continua ricerca, un’irrefrenabile sete di scoperta, l’inarrestabile desiderio del non conosciuto.

Dopo questo caffè ritorno alla sfida che volevo porti: Riesci a contare in media quanti spettacoli in un anno vedi a teatro? E ora che hai conosciuto uno spicchio di vita da attore pensi lo frequenterai un po’ più di prima?

Se ancora non sai cos’è One Coffee Talk qui trovi qualche informazione. Alla prossima pausa caffè!

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