Non mi aspettavi qui? – Un bilancio personale sul legame tra scrittura e comunità

Torno in questo luogo dopo un po’ di tempo, forse non mi aspettavi più qui Vincenzo, eh?
E invece eccomi, perché credo ne valga la pena anche se i pensieri ormai sono veloci e le dita spesso stanche.

Questo tuo esperimento di comunità non merita affatto di essere buttato tra le ceneri delle mie cose lasciate a metà, così mi sono detta che ci voglio riprovare, che le parole sono un collante e che io devo essere la colla che le unisce se voglio far bene l’arte della scrivente.
Mi sono detta che, sì, è vero che ognuno preferisce scrivere nei propri luoghi ma è anche vero che l’opinione su questo aspetto e l’impegno cambiano a seconda dei luoghi in cui ti viene proposto di scrivere.

Vengo da un periodo, non ancora terminato, in cui mi chiedo a cosa servano davvero le mie parole. A quali persone, a quali comunità? E poi mi chiedo pure: non è che forse è arrivato il momento che mi metta più a leggere che a scrivere?
Faccio sempre lo stesso errore: parto in quarta su ogni cosa. Scrivo e voglio pubblicare dopo le prime tre righe di testo, osservo un disegno e lo voglio fare pure io ma senza sudarci su troppo tempo, leggo una testata e penso a quanti giornalisti incapaci ci siano in giro ma pure a quanti altri bravi, a volte invisibili.
Voglio fare come facevo a scuola: scrivere il tema di italiano direttamente in bella senza rileggere se non una volta, in piedi, poco prima di consegnare il compito.

Vengo da un periodo in cui ho pensato che la scrittura potesse farmi diventare “importante”. No Vincenzo, ora non ti mettere a ridere.
Come ben sai non sono i soldi in più che mi interessano, ma il fatto che gli altri mi riconoscano come una persona valida, brava, che scrive bene, che fa cose grandi anche nel piccolo.

Sempre è stato e sempre sarà il mio cruccio l’idea che chi mi legge non trovi nulla di utile nelle mie parole. Resterà sempre un cruccio l’idea che esistano, e proliferino, individui che sfruttano i contenuti altrui promettendo la cosiddetta “visibilità”. Sono parassiti, ed è molto facile incontrarli purtroppo nel mondo della comunicazione perché all’inizio sembrano docili e interessati alle tue qualità, ma dopo se non segui la loro scia sei fuori dal gruppo degli eletti. Quelle sono sette, non comunità.

E il concetto di comunità qui è ben diverso. L’unicità del singolo, in tutto ciò che di bello sa fare, viene fuori senza scopi altri e senza costrizioni. Io e te, Vincenzo, siamo rimasti amici lo stesso anche se questo luogo da un po’ di tempo io l’ho abbandonato.
Non ti nego però che è sempre stato nei miei pensieri, come un vecchio amico lontano che non vedo da tanto, come una scatolina di memorabilia, come un caro parente a cui però non faccio mai visita.

Nell’ultimo anno mi sono iscritta a un master e ad un numero spropositato di corsi. Ho smesso di contarli perché sono veramente tanti, troppi da gestire per una mente sola. Mi sono ingolfata, ho conosciuto e toccato i miei limiti, le mie disperazioni, le mie mancanze, quelle ferite che sanguinano ancora e che la scrittura in qualche modo benda e disinfetta.

Nell’ultimo anno ho capito ancora di più che le persone non sempre sono come si mostrano nei primi incontri. Ho capito che ci sono tante persone che vogliono farti le scarpe, indurti in errore, guardare i tuoi limiti e spararci contro o prendendoti a testate (metaforiche).

Ho scoperto quanto alle persone possa far male essere mediocri e ipocriti, perché questa loro condizione li porta a far del male agli altri. Perché se sei mediocre devi lottare ogni giorno per mostrare di non esserlo, anche se ce l’hai stampato in fronte chi sei.
Ho fatto a botte, nell’ultimo anno, con la società. Questa società che ci vuole tutti fintamente appagati, fulgidamente soddisfatti e appartenenti alle cerchie giuste.
Che poi sta tutto lì, no Vincenzo? Appartenere alle cerchie giuste, avere i contatti giusti. Così gira il mondo. Se non hai un titolo cucito addosso, la tua voce vale meno.

Beh io ne ho abbastanza di comunità che non sono comunità ma agglomerati urbani di persone che sopravvivono alla meglio. Ne ho abbastanza dei finti forbiti, di quelli che vogliono fingersi chic, di quelli che hanno voluto fare la scalata sociale, di quelli che non ti rispondono nemmeno se gli fai domande gentili o gli mandi messaggi altrettanto gentili.

Questo non te lo avevo ancora raccontato, caro Vincenzo, ma è un passaggio interessante del mio ultimo periodo di scrittura e vita.

Nei mesi scorsi ho chiesto a parecchie testate di scrivere per loro, gratuitamente. L’ho chiesto anche a testate abbastanza rinomate. Poi mi sono accontentata di chiederlo ad altre che reputavo meno importanti.
Mia sorella mi ha sempre detto quello che mi hai detto tu, Vincenzo: coltiva il tuo blog che sta crescendo piano piano, non regalare testi ad altri, se devi scrivere gratuitamente scrivi per te.

Questo tuo progetto fa eccezione ed è per questo che ci sono tornata. Perché mi sono resa conto che il mondo della scrittura, del giornalismo e della comunicazione, soprattutto quando si tratta di comunicazione online ormai così satura, è una cerchia pressoché chiusa, gelosa, a volte incattivita dalle circostanze e nelle intenzioni.

Sai cosa ho scoperto? Che non vado bene per scrivere da nessuna parte, di nulla. Anche se mi propongo di scrivere gratuitamente. Probabilmente sta proprio qui il succo del problema: le mie parole non sono gratuite, Samuele Bersani canterebbe “le mia parole sono sassi”.

Le parole sono pietre ed è dalle pietre che si costruiscono i monumenti. Non puoi regalare pietre perché per realizzare qualcosa di grande devi investire nelle persone, devi dar loro fiducia, sperimentare, aprirti, non scartare a priori un messaggio solo perché non arriva da un amico di un tuo amico. 

Il mondo della comunicazione quindi oggi mi appare come un mondo chiuso, dove se vuoi scrivere devi farti largo a spintoni e non basta la gentilezza di un messaggio, non basta mostrare il tuo sito, non basta mostrare le tue parole se non hai “agganci” e se nel tempo non hai costruito una rete di do ut des e di scambio di favori. In fondo funziona così, e l’ho capito solo ora. Che stupida che ero a pensare che bastasse dire “hey vorrei tanto scrivere per te” per scrivere davvero per loro.

Te lo fanno credere, ti fanno credere che devi svenderti, darti, svuotare il secchio e poi riempirlo della tua dedizione e risvuotarlo ancora per loro.

Così ho deciso che non voglio svuotare il mio secchio di arcobaleno per chi non legge nemmeno il contenuto di un messaggio. Ci sono dinamiche che nessuno può ancora comprendere, ci sono giornali e riviste che vengono pagate da chi scrive per loro. Ma non è così che si “fa curriculum” al paese mio.

Al paese dove vorrei vivere io, i titoli non esistono e le firme in basso neppure. Perché nel paese dove vorrei essere adesso, se provassi a chiudere gli occhi, le persone guardano solo il succo, il contenuto. Non chi lo ha scritto e dove.

E torno al concetto di comunità di questo sito. 

Chi fa davvero comunità non sono le community di specialist online che creano i loro gruppi per scambiarsi le figurine, i favori, le visibilità e fanno a botte per fare i galli delle situazioni. Le community sono COMUNITÀ e cioè, come recita Google nel suo primo risultato, “Insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni: la c. nazionale, cittadina; agire nell’interesse della c.; c. umana, la società degli uomini, il consorzio umano; c. di affetti, la famiglia.”

Tra le comunità, non meno importante, c’è proprio la famiglia: il primo vero esempio di comunità se ci pensiamo bene.

Nella famiglia impari, sbagli, urli, ti confronti, litighi, fai pace, condividi il pane, condividi il sangue, condividi la tavola, impari cosa sono le ferite, impari che il tuo sangue può far male. Dunque la comunità, anche nel caso di lavorobenfatto.org, dev’essere luogo di espressione nel suo termine puro. Luogo di confronto, di appartenenza, di idee, di contaminazioni positive e progettualità.

Tutto questo per me può essere racchiuso sotto un unico cappello denominato “bellezza”. La scrittura deve essere il motore della comunità. Uno dei tanti motori utili a definire di quella comunità gli scopi, le caratteristiche, le linee guida ma anche quella famosa bellezza di cui sopra.

E invece a volte mi sembra che la scrittura sia diventata una pratica d’ufficio da realizzare con gli stencil, in cui si applaude o no guardando esclusivamente titolo e autore.

Domani la bellezza sarà sempre di pochi o apparterrà a molti? Dobbiamo costruirla noi, magari anche a partire da qui dentro.
E credo che lo scopriremo prima di quanto pensiamo se la bellezza è destinata ancora ai piccoli numeri!

 

Laura Ressa

 

Foto di copertina: Michał Parzuchowski on Unsplash

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