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Lina, le donne, il lavoro e la speranza

Nino aveva ascoltato con attenzione le parole della scrittrice e aveva deciso di comprare il libro.

A lui capitava spesso di “cadere” in un libro, in una sorta di astrazione che lo portava a divorare le storie.

Probabilmente sarà accaduto a molti che amano la lettura sentirsi vicini a un personaggio o quasi al centro di una storia.

E, in effetti, Nino aveva preso a seguire la vita di Lina e, pagina dopo pagina, aveva capito che, attraverso la storia di quella donna, era possibile ripercorrere almeno cinquant’anni della storia recente.

Lina era un personaggio di carta che viveva nelle pagine del romanzo di Chiara Ingrao – Migrante per sempre -, ma aveva la forza, lo spessore e la costanza di mille e mille altre donne.

Il lavoro delle donne e il dolore delle donne, pensava Nino, quasi chiedendolo a Lina, hanno contribuito allo sviluppo, alla crescita e alla democrazia del nostro paese e non tutti ne siamo consapevoli.

Lina era partita da un piccolo paese della Sicilia; prima erano partiti gli uomini, e le vie e i bar si erano svuotati. Alcuni, con maggiore coraggio o follia, avevano portato via tutta la famiglia.

La madre di Lina aveva deciso di andare a raggiungere il marito e aveva affidato i figli alla madre.

Belgio, Francia e Germania erano le mete; le strade erano legali e alla luce del sole o clandestine e piene d’insidie.

Andare a lavorare nelle miniere del Belgio metteva davvero paura; almeno in Germania c’erano le fabbriche e qualche speranza in più.

Lina era coraggiosa e aveva voglia di studiare; sentiva che nello studio c’era una possibilità di uscire dallo schema che la vita le aveva calato addosso.

Studiare, scrivere, coltivare le parole. Lina lo sapeva che le parole sono importanti e vanno usate con criterio.

Con impegno e volontà, Lina si stava per affacciare a una meta non prevista che l’avrebbe portata alle scuole superiori: che cosa incredibile! Che cosa inaudita!

Ed ecco che la madre, facendo sentire ancora una volta la forza del suo volere, la costringe a spostarsi in Germania e a lavorare in fabbrica.

Non una parola di tedesco, non un’amica, non una parola gentile: con la sua forza, con la sua capacità di inventare mosse inattese, Lina si conquista uno spazio, un posto, un ruolo. Lavora, studia, sogna, aiuta, progetta, corre in bicicletta di qui e di lì.

Nino sentiva la presenza di Lina al suo fianco; una donna che, pur subendo spesso le cattiverie e le umiliazioni che la vita porta, sapeva sempre trovare uno spazio verso il futuro; una donna che, anche senza rendersi conto, conquistava la fiducia e la stima degli altri per i quali imparava a battersi.

In Lina, aveva pensato Nino, c’era l’attesa che i diritti divenissero un riconoscimento per tutti; questa era la sua forza; questa era la sua creatività.

Per Lina il lavoro era vera emancipazione e un vero cammino verso la libertà.

Il romanzo era lungo, complesso e Lina sapeva vivere più vite in una vita sola: madre, sorella, collega, rappresentante, amica e così via.

Dalla Germania all’Italia, dalla fabbrica all’assistenza, dalla solitudine alla compagnia, dalla voglia di non avere vincoli al matrimonio, dalla vita da migrante al rapporto con le donne che migrano in Italia: ognuno corre il rischio di essere solo, e davvero solo, nella quotidiana fatica di avere un lavoro, di avere diritti, di avere rispetto, di avere dignità.

Nino ancora seguiva Lina; ancora ne carpiva la vicenda fino a lì, fino in fondo, fino alla forza di una donna che, tornando al suo paese, sapeva ancora cercare quella madre perduta e quella bellezza che sembrava fuggita.

Nino posò il libro accanto a sé e come sempre gli capitava in queste occasioni si sentì commosso per aver potuto vivere per un poco di tempo con Lina e un poco triste perché le pagine erano finite.

Nino si alzò in piedi, camminò con lentezza e, nella sua mente, sorrise, per una volta pieno di speranza, pensando alle donne che avevano cambiato il mondo.

Lina, le donne, il lavoro e la speranza

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