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La lettera, la scuola e il bambino

Nino aveva visitato una mostra e ne era uscito pieno di buone sensazioni e curiosità da soddisfare. Era una mania vecchia quella di saperne di più sulle cose viste; anche quella mania aveva comunque le sue regole. Si trattava di scovare le notizie, i commenti e le indicazioni solo dopo aver visto la mostra in modo da non essere troppo condizionati nella fruizione. Era una delle regole auree di Nino. Ora, con qualche brandello di sole a riscaldarlo, era piacevole starsene lì a leggere il giornale e spiare l’uscita da scuola di un gruppo di ragazzini che correvano via felici. Senza buttarsi troppo nella malinconia, Nino ripensò a sua madre che aveva fatto l’insegnante per tanti anni e si sentì attraversato da un brivido di paura per il futuro, notando che la scuola, come molte altre scuole, era brutta, davvero brutta; tenuta male e con immense grate alle finestre: il problema era non fare entrare o non fare uscire? Sembrava quasi un carcere. Per questo i bambini correvano via felici all’uscita ed entravano mogi all’ingresso. Come si può insegnare bene e imparare bene in scuole così? Che razza di lavoro fanno i maestri, i professori, gli insegnanti in genere dentro questi mostruosi edifici che chiamiamo scuole? Quante sono le scuole belle in Italia? Quante sono le scuole che attirano i ragazzi e accolgono bene chi nelle scuole lavora? E, quindi, pensò Nino quello che si fa dentro le scuole è ancora più miracoloso.

Mentre rifletteva su questi argomenti, sfogliava le pagine del giornale e l’occhio gli cadde su una piccola lettera che una lettrice aveva inviato a uno degli opinionisti del quotidiano che anche Nino leggeva. Era firmata semplicemente Silvia C. Forse chi l’aveva scritta, aveva preferito non essere individuata. Il titolo diceva La scuola oltre le luci di Natale e il testo era questo: Sono una supplente. L’altro giorno entro in classe e i ragazzi: “Prof, abbiamo decorato la classe per Natale, con le lucine sulla lavagna, ma il preside ce le ha fatte togliere perché non sono sicure”. Spiego che i cavi elettrici sono pericolosi. “Si prof, ma abbiamo i cavi rotti della lavagna elettronica, il cartongesso bucato, le tapparelle rotte…la cosa più pericolosa sono le nostre lucine?”. Silenzio. Questa è la sintesi della scuola. Un mondo ottuso che cerca il colpevole del proprio fallimento fuori di sé. Ci sono tanti insegnanti validi, ma da soli non ce la possono fare. Abbiamo bisogno di voi. Non fermatevi alle lucine di Natale.

 Nino lo capì subito: la giornata era rovinata senza speranza. Una rabbia senza nome lo attraversò e pensò davvero di vivere in un paese che non sapeva lavorare per il proprio futuro. Un bambino sembrò rallentare la sua corsa e osservare quell’uomo che si alzava di scatto. Nino lo guardò e sulle labbra gli corse la voglia di chiedere scusa, a nome di tutto il paese, a quel piccolo scolaro

La lettera, la scuola e il bambino

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