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Il terrore di perdere tempo

Il sistema scolastico italiano è costellato di scelte già nelle prime fasi dell’adolescenza con il tipo di istruzione che vorremmo avere dai 14 ai 18 anni; che sia fra un istituto tecnico o un liceo, a 13 anni dovremmo essere in grado di avere già un’idea di quello che dovrebbe essere il resto della nostra vita da poter cominciare a gettare le basi scolastiche di determinate materie anziché altre.

Guai a “perdere” un anno, si rimane “indietro”. Il terrore di perdere tempo ci viene inculcato già da piccoli, a stare attenti a fare tutto secondo i tempi prestabiliti, a non essere da meno degli altri, pena l’esclusione sociale e una vergogna che ci perseguiterà fino al diploma. Ma a 13 anni le scelte spesso si fanno con più spensieratezza rispetto a quando, a 18 anni, ci si affaccia ad una vita più adulta e si è condizionati da famigliari e insegnanti sulla scelta di un percorso che continui la nostra formazione come futuri professionisti in base a ciò che gli altri immaginano sia meglio per noi.

A 18 anni ci troviamo a fare i conti con noi stessi e ad affrontare decisioni più angoscianti rispetto al piccolo bagaglio di esperienze che ci portiamo dietro, non sempre è facile distaccarsi da tutto ciò che si conosce per intraprendere una strada che potrebbe condizionare il resto della nostra vita. Non tutti in quel bagaglio abbiamo sogni ben definiti da poter intraprendere subito con decisione. Io stessa finite le scuole superiori mi sono ritrovata con le idee chiare su cosa non voler fare e solo una vaga idea di quali interessi approfondire, ero terrorizzata ed emozionata allo stesso tempo. Ad oggi credo di aver assecondato gli interessi giusti per me, ma non tutti riescono al primo tentaivo e non per questo bisogna sentire di aver perso tempo, perchè se non proviamo non possiamo sapere in cosa siamo o non siamo bravi, e anche se scopriamo di non esserlo avremo comunque speso bene il nostro tempo depennando una cosa in più dalla nostra lista di interessi da approfondire.

Ci insegnano, in diversi modi, che la chiave di tutto nella vita è la gestione del tempo, sapere già cosa faremo a 20 anni quando ne abbiamo 17. Cominciare a preaprare il test di ingresso ad una facoltà prima ancora che comincino gli altri, passare più tempo sui libri perchè più tempo si studia più si diventa bravi e così fino a snocciolare un infinito di luoghi comuni che legano in uno strano rapporto fra studio e tempo. Ma è soggettivo, non ci sono regole che valgano per tutti.

Quando si comincia un percorso universitaro si hanno tanti sogni, tante ambizioni e così tante aspettative su noi stessi e sugli obiettivi prefissati, che l’ultima cosa a cui si pensa è il fallimento. Cosa accade quando deludiamo noi stessi? Ancora peggio: cosa accade quando oltre noi deludiamo chi aveva aspettative ancora più grandi?

Quando cominciai a scrivere del progetto One Coffee Talk furono diverse le persone che mi ispirarono, una di queste fu Gianmarco Valletta. Ho avuto modo di seguirlo durante il suo percorso e so che è un buon esempio per rompere i margini di un’aspettativa che sta stretta a molti studenti: quella relativa al tempo.

Quando si comincia un percorso universitario ci aspettiamo di dare il massimo, di fare del nostro meglio, di poter seguire lucidamente tutti i corsi e di sostenere al meglio tutti gli esami previsti dalla sessione, ci aspettiamo di evitare gli errori commessi da quei ragazzi finiti fuori corso, non diventeremo mai come loro…giusto? Ma come si fa ad andare fuori corso? È davvero così denigrante e mortificante la cosa? Bisogna portare il fardello di qualche vergogna? La risposta a queste ultime domande è NO! in nessun caso. Sul come si fa ad andare fuori corso la risposta è più complessa e non ne esiste una sola.  Nell’intervista a Gianmarco, così come in altre, vediamo che non tutti possono avere gli stessi ritmi, ogni studente trova il suo tempo per studiare, che può essere minore o maggiore rispetto ad un suo compagno di corso, ma la verità è che non ha importanza quanto tempo impieghiamo rispetto agli altri, esiste solo il nostro tempo.

Gianmarco, ti sei mai sentito a disagio nell’andare fuori corso?
All’inizio mi sono un po’ avvilito al pensiero di laurearmi in cinque anni anziché tre, i sensi di colpa venivano ma sempre con una riserva: andare fuori corso era stata una mia decisione. Del primo anno mi ero portato fisica generale, lavoravo part time, collaboravo con una testata on line e con Euravia oltre che gestire la pagina di Ingegneria del suicidio, umanamente con gli impegni che avevo era impossibile rispettare i tre anni, vuoi anche perchè ebbi lo shock per il passaggio dal liceo all’università, comunque non ce l’avrei fatta. Con il senno di poi mi sono reso conto che effettivamente avrei potuto concludere la triennale in massimo quattro anni se non mi fossi messo in mezzo a determinate cose, ma non me ne sono pentito, perchè le soft skills che ho acquisito grazie alle associazioni studentesche o le esperienze lavorative non sono cose che ti insegnano tra i banchi universitari, sono eperienze che mi hanno aperto qualche porta in più.

Riguardo allo schok del passaggio dal liceo all’università, ci sono persone che lo subiscono molto e per questo pensano di abbandonare tutto. Tu hai mai avuto questo pensiero? E se lo hai avuto come lo hai affrontato?
La prima volta il pensiero mi venne perchè il primo esame che feci fu analisi I: presi 18. Non mi abbattei subito, accettai il voto, seppur non ottimo, era pur sempre il pre appello del primo esame. Mi misi quindi a studiare fisica I, a cui però venni bocciato. A febbraio mi ritrovai a fare i conti con un brutto voto e una bocciatora, cominciai a chiedermi se quello fosse effettivamente il percorso adatto a me. Guardamdomi allo specchio riconobbi che ingegneria aerospaziale era ciò che avevo sempre voluto fare, non potevo assolutamente auto impedirmi di raggiungere questo obiettivo. I miei genitori mi aiutarono molto a riflettere sulla cosa portando alla mia attenzione il fatto di non poter studiare per un paio di ore al giorno come al liceo se volevo ottenere dei voti discreti. E in due settimane preparai l’esame di geometria e algebra: presi 24. Per me fu una rivalsa, due settimane erano relativamente poche, mi misi dalla mattina alla sera a studiare così come mi ero prefissato e da qual giorno diciamo che sono andato abbastanza bene. Il seconodo periodo di arresto fu a causa di una confusione dovuta all’esigenza di voler lavorare e di non dipendere più economicamnete da qualcun altro, quella ricerca di un lavoro che ti permette di avere un’entrata fissa e di poterci fare qualcosa. Ma dopo aver fatto un po’ di lavori sottopagati, dove venivo sfruttato e avevo 800 euro al mese mi sono reso conto che non mi avrebbero dato delle basi per il futuro che avrei voluto per me e da là ho rigato dritto.

Tu come la pensi nell’identificazione del voto? Noi siamo il voto che prendiamo?
Premetto che alla triennale il voto più alto che ho preso è stato 27, ne ho presi due. Mi sono laureato con un 88. Vorrei però riportare un aneddoto del mio percorso universitario che trovo emblematico. Elettrotecnica: lo preparammo io ed un mio amico, lui prese 30 ed io 21, voto schifoso però a distanza di 4 mesi io ho potuto dare ripetizioni ad un ragazzo spiegando diversi teoremi ed applicazioni, questo mio amico al contrario non si ricordava neppure la definizione di generatore di corrente. Lì capii che un voto alto può dipendere da tanti fattori, non solo dalla preparazione. Quel mio amico magari avrà avuto domande più semplici, avrà ripetuto poco prima un argomento e il professore gli avrà chiesto proprio quello o è più bravo a imaprare a memoria. Molti esami non forniscono un adeguato criterio di valutazione, sono un semplice ripetere a pappardella delle nozioni. Sono rari gli eami in cui devi studiare ed estrapolare i progetti ed applicarli anche in ambiti che non sono già spiegati sul libro. Se avessi una mia azienda il voto sarebbe l’ultima cosa che guarderei, io personalmete metterei alla prova i candidati, porrei davanti un problema qualsiasi, magari puoi avere culo che quel problema era proprio sul tuo libro di testo, però vedrei più che altro l’atteggiamento di uno studente più che il voto, perchè il voto non rappresenta MAI lo studente.

Ti è mai capitato di ricevere rifiuti o che qualcuno ti scoraggiasse fortemente dal fare qualcosa che avresti voluto?
Euroavia inizialmente mi aveva detto di no.

Però non ti sei arreso.
No, mi sono semplicemnete reso fondamentale. Ci sono persone che prendono i rifiuti come uno sprono per impegnarsi di più, altri lo prendono come un fallimento. Questa è una differenza sostanziale.

Io avrei pensato “okay, non vado bene per questa associazione, vado da un’altra parte”, tu invece hai insistito, come mai?
Il bello è che non si tratta di aver insistito, sapevo perchè mi avevano rifiutato, temevano che essendo impeganto in altri progetti sottovalutassi Euravia, ma non sapevano che io sono multitasking e lavoro meglio se ho più impegni. Allora mi iscrissi ugualmente all’associazione perchè era una realtà interessante. Con il tempo ebbi modo di conoscere l’allora presidente e potei dimostrargli che nonostante fossi molto occupato per l’associazione potevo essere utile come web master. E da lì fu un crescendo e da web master divenni vicepresidente. Io sono molto competitivo, mi pongo come modelli da seguire persone che sono molto al di sopra di me e finchè non divento ciò che vorrei non mi arrendo. Senza però farmene un cruccio, riconosco i miei limiti e questa è una cosa importante da imparare, perchè se non sono brillante come Elon Musk non significa che sono deficiente, magari semplicemente sono geniale sotto altri aspetti, ho altri tipi di talenti. Lui è il top manager, ma io magari ho più creatività di lui. Quindi prendo sempre come esempio persone migliori di me, me le faccio rivali e cerco di migliorarmi. Continuo a sfidare me stesso, continuamente. “Il mio eroe sono io fra 10 anni” una citazione che mi è sempre piaciuta perchè mi spinge ad essere fiero di me stesso, voglio essere la persona che vorrei ammirare.

Se una persona è in un periodo buio e cerca qualcuno a cui ispirarsi, trova spesso persone o interviste che però mettono in rilievo cose superficiali e banali.
Una cosa che dovetti spiegare in una delle prime dirette di ingegneria del suicidio ad un ragazzo che mi disse che con una triennale in cinque anni non potevo fare la morale a nessuno è proprio che io sono una persona normale, che smadonno dietro i libri e prendo voti di merda, ma che intanto le esperienze le sta facendo lo stesso perchè mi sto mettendo con la testa e con il pensiero. Questo è per dire che non sempre c’è differenza fra un 88 e un 110. La differenza non la fa il voto ma ben altro, il voto è solo un numeretto accanto alla persona che durante gli anni di studio dovrebbe svilupparsi e fare altro oltre che studiare. Oggigiorno tutti hanno una laurea, il contesto che c’è dietro sei solo tu a formartelo. Fino a 20 ani fa se avevi la laurea avevi un posto di lavoro assicurato, ad oggi che ce l’hanno tutti, l’azienda cerca di più da un candidato, cerca quel qualcosa che hai tu in più rispetto ad altri.

Riguardo al metodo di studio, perchè le perosne si affannano nel credere che ce ne sia uno per tutti e che faccia fare le cose subito?
Posso essere spietato? Perchè ormai vogliono tutti la pappa bella e pronta, un po’ incide anche il fattore demoralizzazione di quando ci si impegna al massimo ma non si riesce comunque a superare quell’esame. Alcuni invece credono di studiare cinque ore al giorno, ma non si rendono conto che quelle ore non sono ore piene ma ricche di distrazioni con social, tv e altro. Quando si studia bisogna concentrarsi su quello e nient’altro. Influisce sullo studio anche il fatto che l’esame in questione ci piaccia o meno. Per me il concetto di metodo di studio è sbagliato, esiste lo studio. Poi come si studia è una cosa personale, ognuno ha i suoi tempi, c’è chi riesce a dare tre esami a sessione, chi due e chi uno. In tempi in cui ci sono ragazzi che non riescono a sopportare le aspettative e si suicidano non bisognerebbe assolutamente dare peso al modo in cui gli altri si aspettano che si affrontino le cose. Esiste lo studio, che è variabile. Ci sono persone che si trovano bene a ricopiare, impiegano più tempo, però quell’esame lo danno bene, altri sottolineano a matita per evidenziare solo l’input, altri ancora si mettono a leggere e basta. Indubbiamente esistono tanti metodi per memorizzare, ma imparare a memoria un concetto ti può strappare un voto alto all’esame, ma se poi non lo capisci quel concetto e non sai quando applicarlo o come, a cosa è valso memorizzarlo? Solo al voto alto? E dopo che non sai mettere in pratica quello che hai imparato quanto vali? Inoltre il metodo dipende anche da materia a materia. Non tutti possiamo avere lo stesso metodo. Avere una laurea non significa essere intelligente come non averne non significa che non si potrà mai fare nulla di importante nella vita.

Gianmarco, ricordo che quando ci conoscemmo andavamo alle superiori e tu avevi già in mente di studiare ingegneria aerospaziale. Già avevi le idee chiarissime.
Pensa che io dopo la quinta elementare, alle medie scelsi un percorso che mi facesse fare latino in modo da essere preparato per il liceo scientifico. Al primo anno di liceo già sapevo che volevo fare qualcosa relativo allo spazio.

Ti sentiresti di dire qualcosa a chi a 18 anni si trova a dover affrontare il mondo, non sa cosa fare e non ha dei sogni nel cassetto?
Se non sai cosa fare vuol dire che hai esplorato così poco del mondo che effettivamente non hai ancora trovato quel qualcosa che ti piace. Un’altra cosa che mi sento di dire è che non esiste il talento, esitono solo la passione e l’ambizione. Su questo punto sono molto severo, non è possibile non avere un sogno. Le nostre scelte possono essere condizionate già al liceo, ho trovato spesso professori che volevano bloccare i sogni degli studenti. Un mio professore quando dicevo di voler fare aerospaziale mi rinfacciava di non essere bravo in matematica ed io sarcasticamente gli replicavo “ perchè lei la sa insegnare la matematica?”, fra quattro esami andrò a dirgli se ero bravo o meno. Anche i genitori condizionano la scelta, magari impongono ai figli di studiare qualcosa che un giorno li farà accedere a un lavoro più remunerativo rispetto ad altri. Bisogna sapersi imporre e saper perseguire i propri sogni, per perseguirli non si possono concedere debolezze. Fino a venti anni fa la laurea era una prerogativa elitaria, attualemnte quasi tutti hanno la possibilità di accedere a questo titolo di studio, ma a differenza del passato avere una laurea non fa accedere ad un posto di lavoro sicuro. I nostri genitori non riescono a comprendere che oggi avere un lavoro non significa sistemarsi a vita. Molti non chiedono più a figli cosa vorrebbero fare da grandi, vogliono solo che il figlio abbia un ruolo di successo. Non vengono riconosciuti più come sogni anche quelli più semplici come quello di vendere la frutta, di fare il pizzaiolo, fare l’insegnante in una scuola materna. Troppi sogni vengono screditati.

L’intervista a Gianmarco non pretende di avere una morale, ma di trasmettere il valore del tempo. Non tutti possiamo avere gli stessi ritmi, ogni studente ha bisogno di trovare il suo tempo per apprendere, così come non esiste un’età in cui farlo. Molti temono non sia possibile iscirversi dopo i 25 anni all’università perchè la mente non è più “flessibile” come da ragazzi, vi scriverò che è così, ma che dopo i 25 anni si hanno una maturità e una consapevolezza che sono solo un’agevolazione per lo studio. Non sentiamoci mai fuori tempo se quel tempo è il nostro.

Letto ciò, se ancora non l’avete fatto vi consiglio di guardare la sua intervista e di condividere la vostra esperienza.

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