#lavorobenfatto

Il ricordo, l’identità e il rendersi utili

Alcuni giorni fa ho avuto un incontro importante alla Fondazione Campus, il luogo in cui lavoro la maggior parte del tempo. Dovevo scegliere una “mise” che desse valore al momento e che mi rendesse tranquillo. Ho scelto una giacca in stile scozzese, la classica camicia celeste da indossare al lavoro e una cravatta blu con linee trasversali rosse.

Eccola, è la cravatta quell’elemento che mi ha completato e che mi ha reso pronto per il grande incontro. Solitamente il mio lavoro non richiede un abbigliamento troppo formale, quando mi metto una camicia, giacca e pantalone sono a posto, non ho bisogno di altro, e invece oggi ho ritenuto importante proprio quell’accessorio.

La prima ragione è perché per rispetto delle persone che ho incontrato ho ritenuto necessario l’uso della cravatta. La seconda ragione è che si tratta di una cravatta particolare, l’ho ereditata da mio nonno, lavoratore alle poste. Faceva parte della sua divisa, in pratica era una cravatta di ordinanza. Poter indossare l’accessorio quotidiano del lavoro di mio nonno mi dà sempre una certa emozione, mi sento responsabile di portare avanti la sua idea di lavoro, il suo approccio così spontaneo alla sua professione, ma soprattutto al lavoro che faceva una volta tornato a casa, nel suo orto, nel suo giardino, nel suo pollaio.

Con questo scritto non voglio parlare di abbigliamento, ma intendo preparare il terreno per il primo articolo su #lavorobenfatto mettendo il massimo impegno. E voglio esordire così, con questa cravatta, come quella che mi sono messo quel giorno. Perché questa cravatta per me ha un valore importante. È la stessa che mi ha lasciato in eredità mio nonno con il quale ho esordito anche nella notte del lavoro narrato dello scorso anno raccontando un episodio della sua e della mia vita sul mio blog.

Sono pronto quindi a riportare mio nonno su queste pagine perché quando si parla di lavorobenfatto non si può non tirare in ballo ciò che ci hanno lasciato i nostri predecessori soprattutto se rappresentano la figura del lavoratore instancabile.

Perché è un fatto di quantità oltre che di qualità. Lavorare tanto può nascere da un bisogno di voler fare. Un’altra persona che ammiro quotidianamente è mio suocero, di cui Vincenzo ha raccontato la sua storia lo scorso anno, che quando non ha un’idea valida per inventarsi qualche strumento o macchinario che possa aiutare gli altri se ne fa un cruccio.

In questi due casi il lavoro è un hobby, è una passione, intesa nel senso positivo del termine. È in tutto e per tutto lavoro, proprio per il valore intrinseco della parola in sé. Forza per spostamento, energia per la costruzione, arte per la creazione.

Potersi rendere utili, migliorare la vita degli altri è un motore forte per stimolare la nostra inventiva e occupare il nostro tempo. Sì la vita degli altri, perché è proprio questo il punto. Il lavoro è anche forte propensione all’altro. E non importa essere medico, soccorritore, o ufficiale della difesa per capire che le persone contano e che attraverso il mio lavoro devo svolgere un servizio o un compito che sarà utile per gli altri.

Sono innamorato del lavoro perché è lo strumento che unisce l’uomo agli altri, che crea umanità, che lega generazioni anche tra loro distanti, che permette a mio nonno di essere ancora vivo, che unisce i frammenti di un discorso amoroso. Quello tra l’uomo e l’uomo, tra l’uomo e Dio, tra Dio e la sua immagine.

Nel primo articolo della Costituzione italiana c’è scritto in maniera chiara, ma questa profonda e bellissima spinta sociologica viene travisata perché favorisce il pensiero sbagliato, ovvero che debba essere lo Stato a dover garantire un posto di lavoro e invece è l’esatto contrario: lo Stato esiste se tutti lavorano e se ognuno di noi contribuisce allo sviluppo della comunità attraverso il proprio lavoro. È un grande cerchio che lega, unisce e crea identità.

E forse è per questo che l’Italia vive ancora grandi crisi di identità nazionale. Forse semplicemente perché non abbiamo ancora imparato a lavorare e a comprendere il vero valore culturale che sta dietro a questa parola.

Il ricordo, l’identità e il rendersi utili

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