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Il presepe, gli artigiani e un ricordo lontano

Nino aveva deciso di passare il pomeriggio da solo. Ogni tanto aveva bisogno di andare in giro in silenzio e di riguadagnare un poco di curiosità per le cose che lo circondavano.

Era da qualche mese che si portava dentro la sensazione di un tempo che scorreva troppo in fretta.

Non si trattava di sentirsi superati o meno; era, piuttosto, la sgradevole sensazione di non essere più in sincrono con l’epoca che arrivava e di avere difficoltà a percepire davvero tutti i mutamenti che si preparavano.

Le cose erano cambiate e Nino, a volte, stentava a riconoscersi nelle persone e nei comportamenti che vedeva.

– Invecchio? Non vorrei poi iniziare a parlare dei tempi di una volta; quelli sì che erano belli! – Non era la prima volta che faceva questo pensiero.

Nino lo sapeva che c’era un’insidia a cadere nei ricordi, ma c’era anche un piacere.

San Gregorio Armeno, a Napoli, ormai la conoscono tutti.

E’ la strada dei pastori, del presepe e delle statuine che sanciscono il definitivo successo dei personaggi pubblici.

Ci sono alcuni fine settimana in cui è quasi impossibile passare per San Gregorio divenuta ormai una meta turistica rinomata e necessaria.

Nino ricordava un tempo lontano ormai in cui i presepi erano una passione quasi solo napoletana e, forse, c’era stato il rischio che si potesse lentamente perdere.

Era il pomeriggio della vigilia di Natale – non si trattava di Natale in casa Cupiello, sorrise Nino fra sé e sé – e, nei giorni precedenti, aveva collaborato con il padre alla realizzazione del presepe che ogni anno rendeva vero il Natale.

Erano tanti anni prima anche delle simpatiche e intriganti spiegazioni del professor Bellavista e dell’incontro in ascensore con Cazzaniga.

Ricordate il napoletano e il milanese costretti a convivere nello spazio angusto dell’ascensore e prima di tutto prigionieri di pregiudizi che lentamente si andavano disperdendo? Albero di Natale contro presepe; caffè contro tè e così via…

Il presepe era una tradizione e basta.

Nino e il padre avevano scoperto con disappunto che alcuni pastori si erano rotti e che l’opera non sarebbe stata completata in tempo. Ed eccoli lì, insieme, nel pomeriggio della vigilia in una San Gregorio Armeno quasi buia e solitaria alla ricerca dei pastori mancanti.

E oggi tutto era cambiato, ma il presepe offriva lavoro a migliaia di persone e a ben guardarlo il presepe napoletano era anche una grande celebrazione del lavoro e dell’attività umana.

I banchi dei pescatori sapevano esibire la loro mercanzia con una dovizia di particolari che li rendevano necessari in ogni presepe che volesse essere almeno presentabile; i venditori di carne e la loro mercanzia erano incredibilmente veritieri e i quarti di bue pendevano con la stessa magia dei piccoli meloni che completavano le botteghe di quelli che esponevano la frutta.

Falegnami, ciabattini, pescatori, osti, lavandaie, tessitrici, mugnai, ortolani, servitori, soldati, stallieri, venditori di uova, zampognari, pastori, arrotini, fabbri: un elenco infinito inventato da un popolo che molti ritenevano poco incline al lavoro. Eppure quel popolo del presepe aveva fatto un inno al lavoro e aveva deciso – senza nulla escludere – che nel presepe s’incontravano la sacralità della nascita del Messia e la sacralità del lavoro umano.

In una commistione senza fine l’essere e il divenire coincidevano; l’umano e il divino si lambivano; l’essenza e la fugacità si toccavano; il sacro e il profano si davano la mano.

Quanto paziente lavoro nelle mani di quelli che creavano i pastori e organizzavano la scena dei presepi; quanta dolce e immensa applicazione per restituire in quelle statuine il segno della fatica che ogni giorno gli uomini affrontano per arrivare ancora una volta al Natale e stupirsi un poco, e, se possibile, inseguire qualche sogno di quand’erano bambini.

Cicci Bacco sulla botte, Benino che dorme beato e il pastore della meraviglia…e così via…

Nino respirò profondamente e pensò che anche quell’anno era giunta l’ora di pensare al presepe. Questo almeno, anche se tutto sembrava cambiato, lo doveva a se stesso e a suo padre.

Il presepe, gli artigiani e un ricordo lontano

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