#lavorobenfatto

Il miracolo del pane

Piana Battolla #tantotempofa
#Casabellegoni ancora non esisteva e io vivevo con la mia famiglia a Piana Battolla, un piccolo paesino della Val di Vara, in una casa che mio nonno, da buon tuttofare comunista, aveva costruito da solo per la sua famiglia e oltre a questa casa costruì pure un piccolo forno accanto al gallinaio.
Io ero bambino e spesso assistevo al rito del pane, senza rendermi conto della lezione di dignità e autonomia che mi aveva tramandato nei fatti quel nonno che non ho mai conosciuto fisicamente, se non attraverso i racconti, dal sapore quasi mitico, con i quali mia nonna riempiva la mia fantasia, e la lezione è molto semplice e profonda : se hai gli strumenti per poterti sfamare, non devi chiedere niente a nessuno e puoi vivere la tua vita con dignità, a testa alta e con la schiena dritta.
Tornando al pane, il sabato pomeriggio mio padre e mia nonna, che duellavano verbalmente come un consumato duo comico, impastavano il pane e per me iniziava il miracolo.
Acqua, farina e lievito si amalgamavano in un impasto che sembrava prendere vita propria e io, che ho sempre nutrito una grande curiosità per tutto il mondo che mi ruotava intorno, con la mente cercavo di catturare ogni passaggio, perché volevo capire come potesse avvenire quel miracolo, ma non mi bastava, volevo mettere le mani nella pasta, nutrivo la voglia irrefrenabile di contribuire anch’io a quel rito di famiglia e così mia nonna mi dava un pezzettino di pasta da lavorare, che sarebbe poi divenuta il mio panino.
Tutto quanto poi finiva sotto una vecchia coperta di lana e lì avrebbe riposato al caldo tutta la notte, il grande impasto e quel piccolo panino di cui andavo tanto fiero e orgoglioso, perché era il mio pane.
Alla mattina ricordo che mi svegliavo molto presto e curioso infilavo il mio naso in cucina per assaporare l’odore dell’impasto e poi stupito lo osservavo, perché era vivo, era cresciuto, da grande era diventato enorme e mi sembrava quasi di riuscire a percepire il calore e la vita che si mescolavano in quella che per me era la notte magica in cui nasceva il pane.
Arrivavano poi mia nonna e mio padre e cominciavano, quasi come in un rito magico, tutte le operazioni per cuocere il pane : il forno che si accendeva e sprigionava nell’aria quel meraviglioso profumo di legna bruciata, mio padre che divideva l’impasto e gli dava la forma del pane e poi tutto dentro a cuocere lentamente, nuovamente al caldo, quasi come se non ci possa essere vita se non c’è calore.
Io nel frattempo mi preparavo per andare alla messa, ma prima di andare, da buon bambino vivace e petulante qual ero, mi raccomandavo cento volte con mio padre e mia nonna affinché stessero molto attenti al mio panino.
In chiesa il prete parlava del miracolo del pane, del corpo di Cristo, e io pensavo costantemente al mio panino e pensavo che in fondo fosse un po’ un miracolo pure quello.
Arrivavo a casa il più velocemente possibile e appena aperta la porta di casa si sprigionava quel profumo che riempiva il mio cuore, prima ancora che i miei polmoni, andavo immediatamente a sbirciare sotto la coperta per verificare se ci fosse il mio panino ed era lì, davanti ai miei occhi come se fosse la cosa più preziosa del mondo.
Mia nonna poi, assalita dalla mia inarrestabile impazienza, mi preparava le fette di pane caldo con il sale e l’olio e a quel punto pensavo che non solo fosse la cosa più preziosa del mondo, ma pure la più buona, insomma, un miracolo appunto.

Sarzana #l’oradireligione
Al liceo, nonostante sia maturata, anzi direi letteralmente esplosa, la mia radicale identità di sinistra, che all’epoca sentivo il bisogno di definire comunista, come se sinistra fosse un termine troppo generico per esprimere il forte bisogno di affermare in ogni modo, spesso ammalato della malattia infantile del massimalismo, come la definiva Gramsci, il mio pensiero e la mia identità politica, ho sempre frequentato, per mia libera scelta, l’ora di religione.
Sebbene infatti sia divenuto in adolescenza progressivamente agnostico, nutrivo comunque una forte curiosità verso le culture religiose e un bisogno di ricerca di spiritualità che non si è mai del tutto assopito, nemmeno in età più adulta.
Spesso mi ponevo in maniera critica, a volte trascinando sul piano spirituale la malattia infantile del massimalismo, come quando scrissi alla lavagna, senza un motivo preciso, ma sapendo consciamente che avrebbe comportato una dura reazione da parte di alcuni miei compagni, una frase del poeta Vladimir Majakovskij: “Pensavo che tu fossi un grande Dio onnipotente, e invece sei solo un povero deuccio”.
Ebbene, durante l’ora di religione la professoressa invitò ad alcune lezioni un prete, che più che un prete, sembrava un po’ un “Gesù Cristo sessantottino”, perché si presentava con la barba e i capelli lunghi e improponibili maglioni colorati e mi ricordo che tenne alcune lezioni, ma una in particolare mi è rimasta nel cuore e nella testa : la spiegazione della parabola della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Raccontando la parabola ci fece una premessa, ci ammonì sul fatto che Gesù non era né un mago né un prestigiatore e che dovevamo provare a vedere le cose più in profondità, per capire che il miracolo vero non era la moltiplicazione in sé, ma ben altro.
Ci raccontò infatti che all’epoca Gesù aveva al seguito decine di fedeli e che due fratelli, entrambi pescatori, decisero di unirsi a loro e portarono con se, per sfamarsi durante il viaggio, dei pani e dei pesci.
Quando si fermarono alla sera quasi nessuno aveva del cibo con se per sfamarsi e il cibo che avevano i fratelli pescatori era sufficiente a sfamare loro stessi, ma non era sufficiente a sfamare, nemmeno in minima parte, il resto della compagnia.
Sarebbe stato pertanto comprensibile e razionale che i due fratelli si fossero allontanati per consumare da soli e in maniera discreta il proprio pasto e invece lo portarono a Gesù affinché lo potesse distribuire a tutti.
È solo a questo punto che Gesù compie il miracolo della moltiplicazione, perché riconosce in quel gesto di generosità estrema dei due fratelli il miracolo della vita, perché il pane è fonte di vita per eccellenza e decidere di dividerlo è appunto un miracolo.

Roma #lavorobenfatto
Tirando le somme di queste due storie, ci sarebbero molte riflessioni da fare, forse il pane è un miracolo di Dio, forse è un miracolo della vita, sinceramente non lo so, sebbene abbia scavato per anni dentro la mia spiritualità e continui a farlo tuttora, prendo a prestito una frase di una canzone di Eugenio Finardi per rispondere a questo interrogativo : “ e tu lo chiami Dio.. ma io non do mai nomi a cose più grandi di me..”.
Posso dire invece che sicuramente il pane è un “miracolo del lavoro ben fatto”, perché tramandare di generazione in generazione questo fare e saper fare, non solo ci fornisce gli strumenti concreti per una vita libera e dignitosa, ma ci insegna pure l’essenza del lavoro, cioè ciò che tramanda la nostra identità e collega passato, presente e futuro.
Però c’è una considerazione da aggiungere, vi ricordate il pane di mio padre e mia nonna?
Ebbene, il pane che veniva sfornato era sempre tanto, ma quasi la metà però se ne andava via in pochi giorni, perché veniva regalato a parenti, amici, a vicini di casa, insomma, alla comunità.
Ripensando a questo ricordo e alla parabola dei pani e dei pesci, vorrei aggiungere alla mia riflessione che il pane è anche condivisione e comunità, oltre che lavoro ben fatto, ma pensandoci poi sopra, forse è altrettanto giusto dire che lo stesso lavoro ben fatto è comunità, perché se è vero che la storia del pane ci insegna che è identità, è altrettanto vero che non esiste identità senza comunità e viceversa comunità senza identità.

PS #paniliberi
Questo racconto è stato ispirato da un video meraviglioso di Giuseppe Rivello, che mi ha consigliato di vedere il mio amico fraterno Vincenzo Moretti.
Ringrazio pertanto entrambi, perché mi hanno aiutato a scavare nel mio cuore, a ritrovare ricordi ed emozioni antiche, che mi hanno consentito di poter scrivere questa storia e consiglio a tutti voi, che avrete la voglia e la pazienza di leggermi, di vederlo.

Il miracolo del pane

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