#lavorobenfatto

Il lavoro ben fatto come capitale sociale

Un’idea concreta di cambiamento

Qualsiasi lavoro, se lo fai bene, ha senso.

Questo ritengo sia il cuore del Manifesto del Lavoro Ben Fatto, perché dare un senso alle cose è ciò che ci permette di costruire la nostra identità, ciò che ci consente di mettere radici nel territorio e di aprire i nostri rami verso la collettività, di costruire la nostra individualità ed entrare con essa a far parte di una comunità, senza rinunciare o disperdere la nostra autonomia, la nostra unicità.
Il senso del lavoro ben fatto è quindi una pietra angolare della nostra costruzione umana individuale, e più tardi ci tornerò sopra per concludere questa mia riflessione, ma a questo punto diventa interessante porsi un interrogativo : “il lavoro ben fatto ha pure un senso collettivo?”.
Sarebbe facile sostenere che donne e uomini che costruiscono la propria identità attraverso il lavoro sono umani che recuperano il proprio posto nel senso più profondo della storia e della società, questo è un concetto a mio parere fondamentale, sul quale più tardi vorrei pure soffermarmi, ma ora mi interessa collegare il principio del lavoro ben fatto al concetto di capitale umano e il ruolo che quest’ultimo potrebbe giocare in un possibile tentativo di ridefinire l’idea di sviluppo umano, un cambiamento concreto.

Ed è proprio in questo senso che mi torna utile citare un altro articolo del manifesto :

Il sapere, il saper fare, l’apprendimento per tutto il corso della vita sono una componente essenziale non solo dei processi di emancipazione delle persone ma anche della capacità di attrarre e di competere delle imprese, delle PA, dei territori dei diversi Paesi.

Ecco quindi che il lavoro ben fatto non è solo una via di cambiamento dall’individuo al collettivo, ma anche dal collettivo all’individuo, e le due cose sono legate indissolubilmente legate l’una all’altra.
Oggi viviamo in un epoca post fordista, il che, tradotto in modo un po’ approssimativo, e me ne scuserete, significa che l’epoca della standardizzazione del modo di produrre e dei prodotti, che pure ha giocato una parte fondamentale nella moderna industrializzazione, soprattutto per la capacità di massimizzare l’accumulazione di capitale fisico e profitti, ha esaurito, almeno in parte, il propio ruolo di motore nello sviluppo tecnico economico del mondo, soprattutto per quanto concerne l’Occidente e le economie più avanzate.
Si da ampio spazio al ruolo giocato dalle moderne tecnologie nello sviluppo attuale, che è ovviamente centrale ed innegabile, ma si ragiona troppo poco sul cambiamento di paradigma di fondo che ci sta alla base, ovvero, sempre in termini approssimativi, il passaggio dalla quantità e dalla razionalizzazione, di cui la catena di montaggio rappresenta una perfetta sintesi, alla qualità e alla complessità, di cui l’intelligenza artificiale rappresenta un altrettanto veritiera sintesi.
Ma è questo il vero cambio di paradigma?
In termini concreti forse sì, ma alla base di tutto ciò in ballo c’è quello che veniva meravigliosamente sintetizzato nell’articolo del manifesto, ovvero il sapere e il saper fare, che non va inserito in una dimensione esclusivamente individuale, perché sempre di più assume un ruolo collettivo e di motore dell’attuale sviluppo e soprattutto di quello futuro.
Se il fordismo, che aveva la necessità di massimizzare e standardizzare, si basava su di una conoscenza parcellizzata, divisa e verticale, un sistema complesso ha invece la necessità di una conoscenza trasversale, unificante e orizzontale e le nuove tecnologie portano in sé i germi di questo cambiamento di paradigma.
Ora, se è scontato che il cambiamento avvenga, perché in realtà è già in atto ed è molto più rapido di quanto potremmo pensare, il punto cruciale è se sarà un cambiamento partecipato o se quell’idea di orizzontalità e connessione tra i diversi saperi e saper fare, che è un patrimonio antico dell’uomo e dello sviluppo, sarà esclusivamente rappresentata dall’intelligenza artificiale, escludendo di fatto l’uomo, dopo averlo svuotato della propria conoscenza e distrutto la sua intelligenza collettiva.
Ed arriviamo pertanto al ruolo del capitale sociale e alla sua centralità, perché se non vogliamo che l’uomo non sia escluso dal cambiamento futuro dobbiamo provare a dimostrare che rappresenta un elemento fondamentale e insostituibile per lo sviluppo futuro e che non vi può essere uno sviluppo tecnico economico se non è accompagnato da un pieno sviluppo umano.

Fare bene le cose è bello. Fare bene le cose è giusto. Fare bene le cose conviene.

Se attendiamo che il cambiamento di paradigma del lavoro avvenga dall’alto rischiamo di trovarci tagliati fuori da un sistema di produzione che può fare a meno dell’uomo e della sua intelligenza, ecco perché dobbiamo essere noi il cambio di paradigma:

Il lavoro ben fatto non può fare a meno dei doveri di chi lavora, del suo impegno a mettere in campo in ogni momento tutto quello che sa e che sa fare per fare bene il proprio lavoro, come persona e come componente delle strutture delle quali fa parte, con spirito collaborativo, indipendentemente dal lavoro che fa.

È così che possiamo costruire vere proprie comunità di lavoro e connetterle l’una con l’altra e al contempo con i diversi sistemi di produzione che possono mettere le proprie radici sui territori, perché alla conoscenza universale si unisca la conoscenza dei saperi e del saper fare della comunità e poi dei singoli individui nella loro unicità ed unità, questo significa connettere capitale sociale all’intelligenza artificiale, perché l’uno non può fare a meno dell’altra ed anzi devono interagire e dialogare per costruire quel capitale di conoscenza necessario ad uno sviluppo umano sostenibile per il futuro.
Una piccola digressione mi è utile per provare a fare un esempio concreto. Ho avuto la fortuna di passare una settimana in vacanza a Pantelleria, un’isola meravigliosa, molto particolare per la sua posizione geografica, per la sua morfologia, determinata dalle sue origini vulcaniche, e per le condizioni climatiche. Ebbene, lì è molto diffusa la coltivazione dell’uva che viene volgarmente chiamata Zibibbo, che in realtà non è altro che la vite di moscato d’Alessandria trapiantata in quella terra, ma ovviamente, date le condizioni morfologiche e climatiche e il modo diverso di coltivare e lavorare il prodotto, ne viene fuori un vino completamente diverso da quello che potremmo bere in Piemonte, ma altrettanto buono e apprezzabile.
Ho sentito dire, sempre in quel contesto, una frase buttata lì che però mi ha colpito molto per la sua semplicità e profondità, ovvero che la natura ha la sua intelligenza, e questo mi ha spinto a pensare che anche ogni comunità ha la sua intelligenza, non meno importante di quella artificiale, e se ogni sistema produttivo si adattasse e interagisse con quell’intelligenza potrebbe trovare un patrimonio prezioso ed inesauribile di conoscenza basata sul sapere e saper fare, così come lo Zibibbo ha piantato le proprie radici in quella terra così diversa e lontana da quella piemontese.
Il lavoro ben fatto può essere il principio sul quale ricostruire un capitale sociale che sia parte integrante dello sviluppo futuro dell’umanità e dipende da noi, è un cambiamento concreto e possibile che sta nelle nostre mani:

È tempo di donne e di uomini che ogni mattina mettono i piedi giù dal letto e fanno bene quello che devono fare, a prescindere, perché è così che si fa.

Ormai siamo sempre più abituati a vivere il cambiamento come una imposizione esterna, come la volontà di poteri cinici e lontani che annullano le nostre identità, stravolgono le nostre vite e ridisegnano a proprio piacimento il nostro destino e in parte tutto ciò è vero ed innegabile, ma se ciò è vero abbiamo una sola possibilità, essere noi il nostro cambiamento e connetterci in un’intelligenza collettiva in grado di riprendere in mano il destino dell’umanità.
Il manifesto si conclude non a caso con una frase che ci esorta ad essere il cambiamento, quell’idea di cambiamento concreto che ognuno di noi può applicare sin d’ora nella propria vita:

Siamo quelli del lavoro ben fatto e vogliamo cambiare il mondo. Nessuno si senta escluso.

Foto da: http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/quarto-stato-realta-aumentata-521705.html
Foto da: http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/quarto-stato-realta-aumentata-521705.html

 

Il lavoro ben fatto come capitale sociale

Un commento su “Il lavoro ben fatto come capitale sociale

  1. Caro Matteo mi spiace doverti fare una considerazione che mette in discussione, almeno in parte, alcune tue affermazioni. Il ” lavoro ben fatto” è un “concetto ambiguo”. Ambiguità che chiaramente emerge quando aggiungi “a prescindere dal contenuto e dal contesto”. Lo dice con convinzione Primo Levi che cita Eichman e il colonnello del ponte sul fiume kwait. Per un giudizio positivo sul “lavoro ben fatto” umanamente e soprattutto socialmente, come hai ha cuore, non si puo prescindere come è ovvio dai contenuti, dalle forme in cui si svolge, e dal contesto. Sono quindi necessari ulteriori giudizi etici interni ed esterni al semplice giudizio sul “lavoro ben fatto” per poterne dare un giudizio consapevole. Il “lavoro ben fatto” non può essere assolutizzato, ma va relativizzato come detto sopra. Ricordo anche un bella conclusione di Tina Anselmi sul concetto di società che emergeva dal Piano Rinascita della P2. “Una societa di persone che lavorano molto e che discutono poco” . Un caro saluto e buone vacanze con l’ottimo zibibbo. P.

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