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Il giorno (della memoria), le parole e il fabbro

Nino si sentiva sempre attratto dal rumore che veniva fuori dalla bottega di Filippone. Il fragore era il frutto del battere del fabbro, un uomo grande e grosso che sembrava la rievocazione di Vulcano.

Nella sua bottega c’era un odore e una luce speciale che Nino aveva sempre guardato come l’alba della magia e spesso passava a fare quattro chiacchiere con Filippone. La voce del fabbro l’accolse con la solita gentilezza che sorprendeva sempre tutti.

Era il 26 gennaio. Il giorno dopo, il 27 gennaio sarebbe stato ancora una volta il Giorno della Memoria: la memoria della Shoah e delle vittime della violenza nazista.

Un bagliore attraversò gli occhi di Nino. Una strana voce gli arrivò fin dentro il cervello.

Era tempo di costruire una memoria forgiata nel ferro come i lavori che Filippone sapeva fare da sempre. Nino lavorava con le parole e sperava di saperle forgiare come il fabbro: parole capaci di custodire la memoria della memoria; capaci di conservare la voce di quei testimoni diretti che stavano scomparendo.

Nino lo sentiva che era un compito etico, storico, necessario, doveroso, umano: raccogliere il testimone da quelli che per settanta anni avevano portato su di sé il peso della memoria per ricordare agli altri uomini.

Ora il tempo li stava portando via e la loro fatica di testimoni doveva diventare la missione per nuovi uomini, nuove parole, nuovi scritti.

Nino lo sentiva che l’uso delle parole era un compito nobile che conteneva in sé un’immensa responsabilità.

Filippone gli sorrise; Nino ricambiò il sorriso e strinse quella mano forte e dura per trarne tutta l’energia che conteneva.

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