#lavorobenfatto

A ciascuno il suo

Caro Vincenzo,

non ci sentiamo da un po’ di tempo e così ti scrivo questa mia. Come stai? Spero di te tutto bene. Leggo sempre quello che scrivi sul tuo blog e apprezzo così tanto il lavoro che stai facendo che mi inorgoglisce conoscerti.

In questo periodo una riflessione mi attanaglia la mente perché non riesco a venirne a capo, o meglio, sono giunto ad una mia conclusione ma confrontandomi con altri della mia età spesso vengo indotto a pensare di essere incappato in un errore logico grossolano. Però, come tu ben sai, per carattere, il dubbio mi sprona ad approfondire non a demordere, soprattutto se nella riflessione che faccio, nonostante le critiche, non vi vedo alcun errore logico. Sto forse peccando di superbia?

La riflessione è questa: recentemente, come ben sai, una ragazzina svedese ha sfidato tutti e, com’era prevedibile, tutti le hanno dato addosso. Quello che mi fa pensare è che questo accade spesso anche ai ragazzi italiani. Sai quante volte ho sentito in azienda dire “cosa ne sai tu che sei nato ieri?” come esser nato ieri prevedesse il mutismo e la sudditanza e pure la mancanza di un pensiero logico autonomo. La questione che occupa il mio pensiero è nata con Greta ma si è poi allargata ad una riflessione più profonda. Sarà mai possibile che se una proposta non arriva da chi ha i capelli almeno brizzolati deve essere per forza marchiata con la lettera scarlatta “I” di idiozia? Che poi, a ben pensarci, ognuno di noi è più giovane di qualcun’altro e quindi la questione dell’età è del tutto relativa, dipende solo dall’osservatore e quindi non dovrebbe essere un parametro di valutazione, anzi, non è forse peccare di superbia il dire “cosa ne sai tu che sei nato ieri?” e ritenersi in quanto anziani più capaci?

Sentendo parlare dei giovani che non sanno fare, che non hanno voglia, che non questo e non quello mi è venuto in mente un episodio personale. Quando ero giovane andava di moda il giubbotto di jeans in estate e quello di pelle in inverno, da indossare rigorosamente con gli stivali. “Siete tutti uguali” mi disse una volta mia madre ed era vero, ma cosa vuoi, gli adolescenti sono così ma sono così gli adolescenti di tutte le generazioni. Infatti mia nonna materna biasimava i figli quando indossavano i pantaloni a zampa di elefante… avrà anche lei detto che erano tutti uguali? Evidentemente dopo una certa età ci si dimentica di aver avuto quindici o vent’anni, non lo so, quell’età la devo ancora superare perché io me lo ricordo abbastanza bene.

Ma non è neppure questo il fulcro della questione, la questione è il rimproverare al giovane di non essere capace. Ecco, volevo ragionare con te su questo. Se penso ai miei nonni associo la loro giovinezza alla povertà e alle privazioni, a due guerre mondiali e alla ricostruzione, un periodo di fatica anche solo a sfamare i figli. Mio padre, nato dopo la guerra, mi ha raccontato più di una volta della colazione tipica della sua infanzia: polenta della sera prima scaldata sullo “spolert”, la cucina a legna o a carbone, e latte appena munto dall’unica vacca della stalla. Un periodo di privazioni, insomma. Chi ha insegnato ai mie nonni a costruire? Nessuno si potrebbe dire, e invece no. Furono proprio le privazioni e il valore del lavoro che venne loro insegnato dai miei bisnonni, i loro genitori, a permettergli di superare guerre e carestie e di andare avanti a testa bassa perché altro non si poteva fare. A tornare indietro non gli passava neppure per la testa.

Ma le società cambiano ed evolvono, dobbiamo riconoscerlo, poi chi meglio di te che sei sociologo potrebbe spiegarci questo fenomeno: le persone che fanno la società e la società che fa le persone. Uno scambio culturale reciproco che cambia tutti quelli che partecipano al grande gioco della vita. Così, quando i miei nonni poco alla volta si sono costruiti qualcosa lo hanno fatto con i sacrifici e con il sudore. Poco pretendevano per sé, più di quel che avevano avuto desideravano per i figli. E così è stato. Mia madre e mio padre crebbero con possibilità diverse ma senza la fame patita dai loro genitori. Ad un certo punto ebbero pure l’acqua calda in casa. Mia madre alle elementari poteva disporre di una scatola di pastelli da 24 pezzi, un numero impressionante di colori per l’epoca che sua mamma non avrebbe mai neppure sognato quando alla sua età andava a scuola e aveva solamente il pennino da intingere nell’inchiostro.

Gli anni passano e le cose cambiano, dicevo. Vero, verissimo. Talmente vero che io alle elementari avevo anche di più di quel che mi serviva. La mia prima cartella me la ricordo ancora, era marrone con le pistole dei cow boys disegnate sopra. Bellissima. E i quaderni? Di tutti i tipi, forme e dimensioni su cui potevo esercitarmi con le penne e i colori a tempera, pennarelli e quella penna che aveva sei o più colori che cambiavi per divertirti e la maestra ci sgridava perché il quaderno sembrava un quadro di Picasso. Solo più tardi, da grande, seppi che mio padre la cartella non l’aveva mai avuta. Io e mia sorella siamo cresciuti in condizioni migliori, se si può dire, rispetto a quelle in cui erano cresciuti i nostri genitori. Non ci è mai mancato nulla. Facevamo merenda, avevamo vestiti in quantità, libri quanti ne volevamo, la tecnologia ci teneva al caldo d’inverno e al fresco d’estate, alle medie ebbi in regalo pure il Commodore 64 uno dei primi PC in commercio. Mentre ai miei genitori era stato chiesto di andare a lavorare dopo la scuola a noi ci venne chiesto se volevamo andare a scuola una volta terminata quella obbligatoria. Quando terminammo l’università abbiamo potuto fare il lavoro che volevamo fare.

Ora lo confesso, Vincenzo, la mia generazione ha avuto tutto. Di questo sono consapevole ma crescere nel benessere crescente ci ha resi un po’ schizzinosi verso il mondo. I miei nonni hanno fatto le guerre, i miei genitori le rivoluzioni sociali. Noi cos’abbiamo fatto? Te lo dico io Vincenzo, nulla. Noi non siamo abituati a combattere, noi siamo abituati ad avere e di questo non faccio una colpa ai miei genitori perché loro hanno cercato di darci più di quello che avevano avuto loro e questo mi pare normale per ogni genitore. No, io a loro dico grazie è colpa nostra se non abbiamo avuto un’indentità perché non ci siamo scomodati a cercarci un’identità sociale.

Quello che mi dispiace è sentire parlar male dei giovani, intendo quelli più giovani di me che potrebbero essere i figli che non ho mai avuto, perché alla mia età potrei essere genitore di un paio di quei ventenni che vengono criticati per i loro modi, perché sono sfaccendati (oggi li chiamano NEET ma il senso è quello), forse anche le loro madri gli dicono che sono tutti uguali… Ma la domanda è: sempre che la percezione corrisponda alla realtà, per quale motivo sono così come li descrivono? Per colpa nostra Vincenzo, chi non ha mai combattuto per avere quello che ha non può pretendere di insegnarlo agli altri.

La logica mi impone un’unica conclusione, se i giovani sono come li dipingono è per colpa di chi li ha preceduti cioè nostra. Ma lo sai qual è la cosa che più mi fa sorridere? Che quando cercano di fare davvero qualcosa, di combattere le loro battaglie, quando cercano la loro identità li criticano a spron battuto affermando che “sono giovani, cosa vuoi che sappiano?” e quando cercano di cambiare e salvare il pianeta li chiamano Gretini. Ma ti rendi conto? Come se cercassi di salvare un automobilista dallo schiantarsi contro un muro e mi sentissi dire “spostati, che ne sai tu che sei giovane”.

Ma pensa tu, una generazione che non ha mai combattuto le proprie battaglie, che non ha un’indentità sociale e storica critica chi cerca di fare qualcosa. Se non è un paradosso questo non so cosa potrebbe esserlo.

Io questo penso Vincenzo, e mi dispiace perché i giovani hanno molto da dare e molto danno. Quando smetteremo di segmentarci in generazioni e ci daremo la mano e consigli a vicenda per fare meglio? Che sia il pianeta o l’azienda, credo che il dialogo inter generazionale sia necessario, altrimenti ci guarderemo di traverso rimproverandoci a vicenda gli errori senza cercare una strada comune.

Spero di non averti annoiato Vincenzo, a presto.

 

Piero

A ciascuno il suo

4 commenti su “A ciascuno il suo

  1. Amelia, hai ragione. Noi ante ’85 (mi ci metto anche io) ci sentiamo legittimati ad insegnare, quando prima di insegnare bisognerebbe imparare e se è vero che non si smette mai di imparare dovremmo smetterla di insegnare. Credo manchi l’umiltà di dire: non so. E per non ammetterlo tendiamo a distruggere o denigrare quello che fanno gli altri. I giovani sono bersaglio facile per la mancanza di esperienza. Avessimo più umiltà, noi ante ’85, allora sarebbe più facile.

  2. Caro Piero e cara Amelia,
    ho letto con molto interesse questo articolo ed il commento e devo dire che è una riflessione davvero interessante a cui partecipare.
    Io ho 35 anni e nella mia vita ho avuto modo di esprimere la mia partecipazione politica in vari modi e luoghi, anche ricoprendo incarichi importanti a livello locale.
    Ciò che dici Piero spesso è vero, ci sono stati molti momenti della mia vita in cui ciò che dicevo veniva etichettato, nella migliore delle ipotesi, come furore giovanile o utopia.
    Riflettendoci serenamente a distanza di anni posso dire però che non è l’età, o almeno non solo quella, che determina spesso tali reazioni, ma la sfida al futuro, la capacità di avere una visione, che la maggior parte delle persone magari in quel momento non riesce a intravedere oppure si rifiuta consciamente di farlo o almeno provarci.
    Ieri sera guardavo il film su Adriano Olivetti, davvero bello e ben fatto, e si percepiva costantemente che quell’uomo dalle illuminanti visioni era costantemente percepito dai più come un “pazzo” visionario, forse perchè lui aveva colto la “trasformazione” che avveniva nella società e provava a interpretarla, indirizzarla, per renderne l’uomo protagonista.

    Citare Olivetti e il concetto “trasformazione” mi è utile per sviluppare e concludere questa mia riflessione.

    La domanda rispetto alla tua riflessione Piero, ovviamente secondo me, è : sono i giovani ad inquietare le generazioni passate o le trasformazioni sociali, che, sebbene in questo caso descritte a livello di moda e quindi di usi e costumi, comunque richiamano ad una trasformazione in atto?

    A questo punto della riflessione, come detto, mi tornano utili i concetti che ho citato per concludere.

    In ciò che tu dici Amelia ci sono cose indubbiamente vere, questo periodo di trasformazione del lavoro e della società spesso si ripercuote in maniera estremamente negativa sui giovani, però, nelle tue stesse parole, c’è una speranza, quella di Olivetti per intenderci, ovvero rideterminare i paradigmi del lavoro, fondandolo sulla centralità dell’uomo, non solamente coinvolgendone le capacità professionali, come in epoca fordista, ma quelle umane.
    Penso sinceramente che questa sia la sfida del futuro, perchè mentre noi parliamo l’intelligenza artificiale continua a crescere e inglobare quelle capacità umane di cui parlavo, rischiando di relegare l’uomo a comparsa di questa trasformazione in atto, mentre invece dovremmo attivarci per esserne gli attori protagonisti.

    Sperando di non aver tediato nessuno con i miei pensieri, vi ringrazio di cuore per la possibilità di partecipare ad una così bella e importante discussione.

    1. Matteo, il tuo è un commento molto bello. Innanzitutto credo che Olivetti fosso il precursore di un pensiero più maturo dell’epoca che ha ospitato quel grande uomo ma che, indubbiamente, è stata influenzata dal suo pensiero. Si sa, il pachiderma sociale e normativo si muove lentamente, l’essere umano è più veloce nelle sue evoluzioni individuali. C’è però da dire che Olivetti venne influenzato dalla società perché non riuscì a trovare qualcuno che portasse avanti il suo pensiero e questo perché eravamo ancora in una società che prevedeva un pater familias. Siccome il tutto e diverso dall’unione delle parti possiamo capire facilmente che uomo e società sono legati indissolubilmente e che uno influenza l’altro. Credo che questa riflessione risponda anche alla tua domanda che completo dicendo che l’inquietudine nasce dalla mancanza di comprensione che verrebbe superata dal dialogo tra le parti. Ma prima di tutto serve la volontà di sedersi a quel tavolo privi del paradigma “io so e parlo, tu ascolta” che inquina il pensiero di entrambi gli interlocutori.

  3. Salve Piero,
    dal basso delle mie esperienze mi sento di condividere tutto, ma dal punto di vista di una persona che è categorizzata come millennial.
    Ci viene chiesto di saper fare tutto ancora prima di cominciare a lavorare, sembra che “dall’alto” anche di una banale esperienza, chiunque sia nato prima dell’85, si senta legittimato a chiedere di saper fare prima ancora di poter imparare. Insomma ci viene chiesto sin da subito di poter meritare qualcosa senza la possibilità di chiedere se magari non siano proprio quelli venuti prima di noi a dover dimostrare di aver fatto del loro meglio.

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